Fiere ed economia

Lingotto: attività fieristica congressuale, quale futuro?

Mi sembra quanto mai cogente il pensiero di Giovanni Caracciolo, assessore regionale al Commercio e Fiere della regione Piemonte, intorno alla possibilità di legiferare nuovamente sulla regolamentazione del comparto fieristico e congressuale.

In 20 anni (tanti ne sono quasi passati dalla legge 47/87) il sistema fieristico nazionale ed internazionale è profondamente cambiato, così come il ruolo delle Regioni.

Il Piemonte allora era all’avanguardia. Oggi bisogna però esprimere il rinato interesse che si colloca in un contesto completamente diverso, ma che comunque si aspetta che dalle manifestazioni fieristiche discendano ricadute positive sull’economia regionale.

Richiamandosi a queste considerazioni la Giunta regionale piemontese ha approvato un nuovo disegno di legge, attualmente all’esame del Consiglio regionale, che intende seguire una lettura più estesa degli orientamenti espressi a livello comunitario, e promuovere – pur nel rispetto delle necessarie garanzie di tutela dell’adeguatezza della qualità dei servizi – la più ampia libertà del settore.

Le 488 fiere locali, 66 regionali, 19 nazionali e 6 internazionali oggi presenti in Piemonte testimoniano una buona capacità del territorio di offrire ai visitatori momenti espositivi interessanti su produzioni d’eccellenza e innovazione, da un lato, e tradizioni centenarie dall’altro, riscoperte in modo produttivo e trasformate in risorsa per lo sviluppo.

Oggi l’Ente regionale, cui è passata la competenza esclusiva in materia fieristica dalla riforma del titolo V della Costituzione, non può né vuole esercitare un ruolo di programmazione degli eventi, ma contribuire al loro successo, supportare con l’intervento pubblico le iniziative più importanti, collaborare con gli organizzatori pubblici e privati perché gli eventi assumano valore al di là dei confini geografici non solo del Piemonte, ma dell’Italia e dell’Europa.

Le manifestazioni fieristiche sono eventi che seguono le leggi di mercato. Chi è più bravo nell’organizzarle, nell’attirare espositori qualificati e nel renderle un punto di riferimento, si afferma, gli altri cedono il passo e non ci sono regolamentazioni né autorizzazioni regionali che contino: il Salone dell’auto di Torino ne è stato, purtroppo, un esempio emblematico.
Ma oggi, cambiando completamente formula ecco che torna la possibilità di farlo rinascere (c’è infatti un progetto per il 2008 in occasione di “Torino Capitale del design”) del tutto rinnovato, più attrattivo di prima.

La Regione con la nuova legge sancisce (anche se la prassi era già avviata) la eliminazione di tutte le procedure burocratiche (peraltro anacronistiche); conferma i criteri oggettivi per la concessione delle diverse qualifiche (regionale, nazionale, internazionale), che contano sempre per il prestigio di ciascuna manifestazione; può recepire le indicazioni che vengono dal gruppo di lavoro tecnico/politico nazionale nella convinzione che sia necessario comunque qualche principio condiviso da tutte le regioni e criteri minimi di omogeneità.

Sempre la Regione stabilisce i criteri per l’idoneità dei quartieri fieristici, contribuisce alla realizzazione delle iniziative: non esistono “albi” restrittivi, né particolari requisiti limitanti la possibilità per gli organizzatori, pubblici o privati che siano, di realizzare Fiere, a parte la titolarità del marchio, la disponibilità della sede ecc.

Accanto a poche grandi Fiere, il cui supporto dovrà espletarsi sempre più nei prossimi anni attraverso inviti mirati a giornalisti ed operatori professionali di settore, provenienti da Paesi esteri, in Piemonte aumentano le manifestazioni con qualifica nazionale o regionale, distribuite in modo abbastanza omogeneo sul territorio (con una maggiore concentrazione nel cuneese e nel torinese), dedicate soprattutto alla valorizzazione dell’artigianato d’eccellenza e dell’enogastronomia di qualità.

In quest’ottica il rapporto con gli enti/centri fieristici (al momento uno solo che possa definirsi davvero tale) è fondamentale: il Piemonte è stata la prima Regione a lasciare completamente ai privati la gestione di un grande centro fieristico.
Nel resto d’Italia gli enti fieristici vanno trasformandosi in società a capitale prevalentemente pubblico: si tratta di stabilire il giusto rapporto con queste aziende che possono portare notevoli ricadute sul territorio, soprattutto comunale, ma la cui gestione rischia di rappresentare un costo notevole per gli enti finanziatori.

A questo proposito, con i suoi 74.570 mq allestibili di cui solo 52.070 coperti, il Lingotto Fiere è sottodimensionato né potrebbe reggere ad un tentativo di sfida ai grandi centri fieristici che ormai si svolge a livello internazionale.
Nella classifica dei 17 maggiori centri in Europa, solo Milano, Rimini, Bologna e Verona sono presenti ma non ai primi posti.

Se poi si fa un confronto con l’Italia risulta che il Lingotto su 13 maggiori enti è all’11° posto per numero di espositori, al 10° per fatturato (se Milano fattura 105 milioni di euro l’anno il Lingotto ne fattura meno di 13) al 10° per numero di manifestazioni all’8° per numero di visitatori (709.000 contro, ad esempio, i 5.000.000 di Milano e i 3.500.000 di Bologna): sono dati Censis del 2002 che saranno sicuramente migliorati anche grazie alle ottime performance dei due Saloni del Libro e del Gusto, ma che vanno confrontati anche con la crescita degli altri enti (Milano soprattutto).

Se Torino vedesse diminuire la attività del Lingotto Fiere e gli attuali gestori privati concludessero che tale gestione non è abbastanza redditizia, certo sarebbe una perdita per la città e per la regione, ma occorre anche verificare quanto convenga riprendere la gestione di un quartiere fieristico che in passato ha causato costanti e progressivi esborsi di capitale pubblico (sotto forma di ricapitalizzazione della vecchia “Expo 2000”) e che assai difficilmente potrebbe chiudere i bilanci in pareggio anche oggi o in futuro.

Del resto le ricadute del sistema fieristico, oltre che d’immagine per l’intero sistema territoriale, si concretizzano in introiti per la città dove ha sede il centro, quindi è la stessa città, in questo caso Torino, che dovrebbe diventare il principale azionista di una eventuale nuova società a capitale pubblico: alla Regione spetterebbe comunque e sempre il compito di finanziare in modo cospicuo le manifestazioni fieristiche che già oggi possono contare su di un contributo regionale più consistente di qualsiasi altro contributo istituzionale.

Sempre da una ricerca, effettuata dalla Bocconi alcuni anni fa, il Lingotto risultava per gli espositori mediamente il quartiere fieristico con costo del plateatico, ossia dell’area da allestire, più caro: anche questo dato negativo si è certamente attenuato negli ultimi anni, ma la struttura è, in sé e per sé, costosa, perché non costruita in origine con le caratteristiche del centro fieristico né rispondente a quei criteri moderni che sottintendono l’edificazione dei nuovi quartieri fieristici con risparmi energetici, offerta di infrastrutture di supporto (ad esempio parcheggi e sistemi integrati di logistica sia per le merci che per i visitatori), viabilità ecc.

Si tratta di valutare attentamente i pro ed i contro di una discesa in campo dell’Ente Regione, considerato che anche Centri fieristici ben più importanti quali quelli emiliani e veneti stanno già soffrendo per la concorrenza di Milano che, per suo conto, nella sua nuova dimensione, può appena tenere testa a quella europea ed internazionale.

Per quanto riguarda l’internazionalizzazione del sistema fieristico, del resto, se il Lingotto ha poche chances, molte di più ne hanno le manifestazioni come il Salone del Libro e quello del Gusto che, ad esempio, potrebbero esportare le loro formule vincenti in altri Paesi (in parte lo stanno già facendo anche con l’aiuto regionale).

Anche la prossima manifestazione sul “car design”, appena presentata nel corso dell’Assemblea annuale dei costruttori di auto (il nome sarà “Next” e si svolgerà a maggio 2008 in concomitanza con gli eventi di celebrazione dell’ anno di “Torino Capitale del design”) merita come evento l’appoggio della Regione (che si accinge a finanziarla in modo significativo), ma non sembra aver bisogno del quartiere fieristico perché si svolge all’OVAL.

Insomma il futuro del Lingotto è certo legato al suo ruolo di Centro fieristico, ma la soluzione di un rientro degli enti pubblici in una gestione che potrebbe essere costosa e che avrebbe bisogno piuttosto di più investimenti privati e di più mercato, potrebbe non essere l’unica.

Da Assofiere.
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nov  07
6
alle 09:38
da admin


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